Riforma Brunetta, investimenti, risparmi

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Risparmiare o investire? Sembra una domanda retorica parlando della riforma della PA, ma – come vedremo – non lo è poi tanto. Visto che si parla di soldi, partiamo dai numeri.
In questa fine giugno, improvvisamente divenuta torrida, docce fredde sono gradite, ma quella che ci ha propinato l’Eurostat è dura da sopportare: l’Italia si classifica terzultima nel PIL pro-capite tra i 15 Paesi della vecchia Europa, è sotto la media anche nell’Europa a 25 ed è appena sopra la media nell’Europa a 27.
Ci sono avanti tutti, tranne Grecia e Portogallo, con stacchi notevoli rispetto alle storiche economie concorrenti di Francia, Germania e Regno Unito, ma anche rispetto alla Spagna che ci supera di quattro punti.

24 Giugno 2008

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Carlo Mochi Sismondi

Articolo FPA

Risparmiare o investire? Sembra una domanda retorica parlando della riforma della PA, ma – come vedremo – non lo è poi tanto. Visto che si parla di soldi, partiamo dai numeri.
In questa fine giugno, improvvisamente divenuta torrida, docce fredde sono gradite, ma quella che ci ha propinato l’Eurostat è dura da sopportare: l’Italia si classifica terzultima nel PIL pro-capite tra i 15 Paesi della vecchia Europa, è sotto la media anche nell’Europa a 25 ed è appena sopra la media nell’Europa a 27.
Ci sono avanti tutti, tranne Grecia e Portogallo, con stacchi notevoli rispetto alle storiche economie concorrenti di Francia, Germania e Regno Unito, ma anche rispetto alla Spagna che ci supera di quattro punti.

Di fronte a questa emergenza (ancora nel 2003, fatto 100 il numero indice dell’Europa a 27, la Spagna era a 101 e l’Italia a 111!) è chiaro che un Governo appena insediato cerchi di rilanciare la crescita. In questo senso è quanto mai apprezzabile il disegno della Riforma Brunetta (così come è presentato sulla home page del sito del Ministero) che si propone di rendere più efficiente la PA in modo da ridurre di un punto percentuale l’anno il suo costo rispetto al PIL. Anche in questo caso, però, è opportuno un confronto internazionale e ci vengono in aiuto i dati recentissimi diffusi lo scorso 18 giugno dall’ISTAT.
Vi do il link per scaricare il documento dell’ISTAT, ma, in sintesi, qui la situazione cambia un po’: l’Italia non è affatto il Paese che spende di più per il suo settore pubblico. Con il suo 43,5% del PIL (al netto degli interessi) è, ad esempio, più virtuosa della Francia (49,9) o dei Paesi Bassi (43,6) ed è in linea con la media dell’Europa a 15 (43,3). Anche in termini tendenziali non va poi così male, dal 1995 abbiamo ridotto l’incidenza del settore pubblico sul PIL di 4 punti (e sarebbero stati 6 se avessimo mantenuto la performance registrata nel 2000). Peggio hanno fatto la Francia (riduzione di 1,8), il Regno Unito (riduzione dello 0,8) e il Belgio (3 punti).
Certo poi abbiamo le performance strabilianti della Finlandia che cala la spesa pubblica di 14,1 punti percentuali o della Germania (10,9) o della stessa Spagna (5,6), ma insomma siamo a metà classifica!

Leggetevi pure tutti i numeri, ma quel che mi preme di mettere in evidenza è che forse qui siamo di fronte ad un’altra emergenza: non l’ammontare della spesa, ma la sua qualità e la sua efficienza ed efficacia in termini di servizi ai cittadini ed alle imprese.

Allora mi permetto di dire che, forse, il focus va spostato da “risparmiare” a “spendere meglio” che non è proprio la stessa cosa. Certo per spendere meglio devo risparmiare sulle spese improduttive o inefficaci, certo devo tagliare rami secchi e costi impropri (primi fra tutti quelli derivati dall’inerzia del sistema politico-amministrativo), ma forse devo anche decidere di investire in innovazione.
Che vuol dire, dunque, investire in innovazione? Non certo comprare più computer (in questa newsletter trovate un articolo che riporta un po’ di dati di spesa in ICT del 2007 e prova a fare un’analisi).

Provo a elencare, con una certa dose di ingenuità, quali sarebbero le mie priorità di investimento per una PA che funzioni meglio e che, alla lunga, costi meno. Ma su questo mi piacerebbe aprire un dibattito tra noi.

Il primo investimento che mi pare necessario è nelle risorse umane: il blocco del turnover mi sembra castrare pesantemente l’innovazione nella PA, e se potessi investire lavorerei, quindi, per un grande svecchiamento della macchina pubblica, una specie di ciò che, qualche anno, fa fu fatto per il sistema bancario. Lavorerei per un’assunzione mirata (e certamente numericamente inferiore a quanti andrebbero via) di giovani preparati, con professionalità adeguate alle nuove sfide e ai nuovi compiti che aspettano le amministrazioni.
Mi ripeto sino alla noia: senza giovani non si può fare innovazione. Non possono farla le aziende, non può farla l’Università, non può, tanto meno, farla la PA.  Ancora una notazione sulle risorse umane: l’abolizione di fatto della flessibilità nel lavoro pubblico che, cominciata con un memorandum da dimenticare, rivedo ora nella riforma Brunetta mi sembra un grave arretramento. Di più flessibilità abbiamo bisogno, di più discrezionalità per la dirigenza, di più mobilità in tutti i sensi. Tutto quello che ingessa, blocca, ferma, impedisce mi pare in controtendenza.

Poi investirei nella diffusione delle buone pratiche in pochi settori chiave in cui esistono già, nel Paese, esempi di eccellenza da cui copiare. Qui sarei meno rispettoso dei diritti di autonomia di tutta la filiera delle amministrazioni territoriali, di quanto non si sia fatto sinora. Se un’idea ha funzionato la generalizzerei incentivando pesantemente la sua adozione e scoraggiando altrettanto pesantemente le amministrazioni che decidono di reinventare l’acqua calda. Per far questo è probabile che sarebbero in primo piano anche investimenti in innovazione tecnologica: ma per favore mai più centinaia di progetti e finanziamenti a pioggia per idee tra loro molto simili. Pochi settori, pochi interventi, ma risolutivi almeno di qualcuno dei problemi che affliggono cittadini ed imprese.

Investirei poi tutte le risorse che servono ad avere misure chiare ed univoche. Sono veramente stanco di non avere numeri affatto o di averne troppi e in contraddizione (la storiella-storiaccia del buco di bilancio a Roma e/o a Milano è emblematica). Abbiamo bisogno come il pane di numeri affidabili, per una PA che vogliamo sempre più orientata ai risultati. Poi servirà la valutazione, la sua autonomia, le authority o le commissioni che la garantiscano, ma per favore…. prima i numeri!

Un ultimo investimento, infine, non sarebbe proprio un investimento, ma un re-investimento: si tratterebbe di restituire ai dirigenti e ai dipendenti virtuosi parte dei risparmi che essi fossero capaci di conseguire, e di spostare su di loro gli emolumenti di risultato che, impropriamente, vengono dati a tutti. Non risparmierei su quelli, non sarebbe giusto, semplicemente li sposterei dai “fannulloni” e dai “menefreghisti” ai responsabili.