Sanità digitale ma processi analogici: è un’occasione sprecata - FPA

Sanità digitale ma processi analogici: è un’occasione sprecata

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Il Fascicolo Sanitario Elettronico e la ricetta dematerializzata sono i due più importanti progetti della sanità digitale italiana, e in ambedue i casi si sono digitalizzati gli aspetti fondamentali, senza però compiere la revisione dei processi relativi. Ma l’innovazione tecnologica, fine a se stessa, è uno spreco che non possiamo permetterci

14 Aprile 2016

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Massimo Mangia, responsabile e-health, Federsanità ANCI

Il Fascicolo Sanitario Elettronico e la ricetta dematerializzata sono i due più importanti progetti della sanità digitale italiana (e di quella europea) che sono al centro dell’attenzione e degli sforzi delle regioni. Se ricordiamo la genesi di queste iniziative e riflettiamo sulla modalità con cui sono state progettate, non possiamo non provare un senso di rammarico per aver sprecato un’occasione preziosa. In ambedue i casi si sono progettate due infrastrutture per digitalizzare due aspetti fondamentali – la documentazione clinica e la prescrizione – senza però compiere alcuna revisione dei processi che li compongono. L’ICT è stata utilizzata per compiere una mera innovazione tecnologica nella quale il vantaggio che si ottiene è in funzione nel media utilizzato, senza sfruttare appieno il vantaggio che le nuove tecnologie, opportunamente utilizzate, potrebbero consentire per una revisione dei processi clinici e assistenziali.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) si basa sul tradizionale concetto di documento che, grazie alla tecnologia, diventa digitale. Questa trasformazione non riesce però, da sola, a superare i limiti di una documentazione che scaturisce da un’organizzazione della sanità ancora basata sulla frammentazione degli eventi clinici, degli interventi assistenziali e delle informazioni che ne derivano. Ecco allora che il FSE, estensione del dossier ospedaliero in chiave digitale, presenta la stessa poca efficienza nel fornire un quadro clinico esaustivo di un paziente. La sua storia clinica, i suoi bisogni assistenziali e la sua salute sono “spezzettati” e suddivisi in un numero, talvolta molto ampio (ad esempio nel caso dei pazienti cronici) di documenti. L’indice, contenuto nel registro del FSE, non aiuta il medico in questa operazione e questi deve consultare più documenti per ricostruirne il quadro clinico. Mancano, negli FSE fin qui realizzati, funzioni che permettano di aggregare le informazioni a livello elementare (ad esempio la glicemia), rappresentarle in forma grafica, metterle in relazione ad esempio con altri aspetti (ad esempio la terapia).

Per mettere una “pezza” a tutto ciò si è pensato di introdurre il patient summary, compilato dai medici di medicina generale che contenga in un unico documento l’anamnesi del paziente, la terapia, le allergie, gli interventi ed altre informazioni. Dubbi a parte sulla conoscenza del MMG del quadro clinico completo del paziente, dal momento che l’integrazione e la continuità delle cure sono un traguardo ben lontano dall’essere raggiunto, la sua introduzione sta incontrando difficoltà di vario genere – economiche, legali, organizzative.

Anche nel caso della ricetta dematerializzata la sua implementazione è avvenuta digitalizzando gli stessi identici processi che utilizzavamo con la ricetta rossa. È cambiato il media, ma sono rimasti tutti gli stessi limiti che l’organizzazione basata sulla carta aveva. Si è persa l’occasione di informatizzare la terapia farmacologica nel suo insieme, sostituendo un modulo cartaceo stampato dal poligrafico dello stato con un promemoria cartaceo (operazione che ha fatto dire a qualcuno che in realtà, più che una dematerializzazione abbiamo realizzato una “decolorazione”). Anche i presunti risparmi sono in buona parte evaporati per gli incentivi che si sono dovuti riconoscere ai MMG / PLS per la carta, le cartucce della stampante ed altro. La ricetta dematerializzata, che oggi abbiamo, è il documento amministrativo con cui il paziente può acquistare e ritirare il farmaco. Non abbiamo informazioni sulla terapia che l’ha generata, ad esempio la sua durata, la posologia, l’efficacia, la presenza o meno di controindicazioni o di effetti avversi. Il Sistema di Accoglienza Centrale di Sogei o i Sistemi di Accoglienza Regionali sono dei grandi contenitori di ricette, il cui valore clinico è molto meno rilevante di quello della terapia.

Ma volendo andare oltre il rammarico e volendo essere propositivi, possiamo riflettere su quanto avvenuto per ripensare questi progetti e re-indirizzarli in modo da essere strumentali al processo di cambiamento in atto in sanità. In altre parole possiamo da un lato sfruttare le opportunità che la digitalizzazione oggi consente, dall’altro reingegnerizzare le infrastrutture in modo ad estenderne l’uso, a patto però di ripensare i processi clinici e assistenziali. La ricetta digitalizzata, pur con i suoi limiti, può consentire, a differenza di quella di carta, l’implementazione di sistemi per la valutazione del rischio farmacologico e l’appropriatezza clinica. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, se alimentato da documenti strutturati, può diventare una sorta di Cartella Clinica Integrata di reale utilità per i medici.

Per fare questo però occorrono idee, la volontà di cambiare e risorse adeguate. Magari anche un po’ di coordinamento (si veda l’assurdità dei diversi cataloghi regionali delle prestazioni, una moderna torre di Babele).

La sanità ha bisogno di innovazione di valore; l’innovazione tecnologica, fine a sé stessa, è uno spreco che non possiamo permetterci.