Intelligenza artificiale, impatti e opportunità per PA e lavoro. Cosa è emerso nel digital talk di FPA e Istat

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L’accordo sull’AI Act porta a compimento due anni di trattative sulla legge dell’Ue che norma l’intelligenza artificiale e apre una nuova stagione di implementazioni. In attesa di leggere il testo definitivo per valutarne gli impatti, almeno nell’immediato, la tecnologia dell’intelligenza artificiale è stata al centro del più recente Digital Talk di FPA con Cecilia Colasanti (Istat), il professore Alessandro De Nisco (UNINT), Guido Scorza (Garante privacy) e Stefano Epifani (Fondazione per la Sostenibilità Digitale). Ecco che cosa è emerso

15 Dicembre 2023

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Patrizia Licata

Giornalista

Digital Talk FPA e Istat "AI e nuove frontiere del dato: tra regolamentazione e visioni di sostenibilità "

L’intelligenza artificiale va regolata severamente, considerati i rischi che pone su numerosi piani (privacy dei dati, perdita o spostamento dei posti di lavoro, diritti e etica) o va lasciata libera di svilupparsi, in un contesto normativo dalle maglie larghe, in modo da permettere all’Europa di recuperare un primato di innovazione oggi saldamente in mano a Stati Uniti e Cina? È questo il nodo che ha reso complicata l’intesa dell’Ue sull’AI Act e che determina il futuro sviluppo e l’adozione di questa tecnologia – anche perché, mentre si snodava l’iter dell’AI Act, sul mercato è comparsa l’intelligenza artificiale generativa, introducendo nuove opportunità, ma anche rischi. “L’IA è una rivoluzione paragonabile alla nascita di Internet, anche se è difficile al momento prevedere gli impatti che avrà sulla società intera, PA inclusa, proprio per la sua forza dirompente. Parlarne in questo Digital Talk serve a isolarne alcune dinamiche”, ha affermato l’amministratore delegato di FPA, Gianni Dominici, aprendo il più recente Digital Talk di FPA con Cecilia Colasanti, Direttrice centrale per le tecnologie informatiche Istat, Alessandro De Nisco, Professore Ordinario di Marketing e Management e preside della Facoltà di Economia UNINT, Guido Scorza, Componente del Garante per la protezione dei dati personali, e Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale. 

In questo contesto Istat ha un duplice ruolo, ha spiegato Cecilia Colasanti. Da un lato, l’IA ha un impatto sulla produzione della statistica ufficiale e sulla sua fruizione; per esempio, può rendere i dati più accessibili a tutti. Dall’altro, l’Istat agisce anche come ente di ricerca e, in quanto tale, “può sperimentare l’IA e valutare l’impatto dell’innovazione in modo aperto ma, al tempo stesso, con un controllo della qualità del dato che è tipico dell’istituto, bilanciando ricerca e rigore. Le anime di Istat convergono in un nuovo equilibrio: normativo, sociale e libertà di sperimentazione”, ha affermato Colasanti.

IA, lavoro e PA: quali impatti

Gli impatti attesi e quelli temuti dell’IA sono molti, ma sicuramente quello sul mondo lavoro è quello che più genera allarme. “Possiamo prevedere che verranno sostituite almeno in parte le attività meccaniche, standard, amministrative”, ha indicato Alessandro De Nisco. “Questo, in Italia, viene percepito come un effetto negativo, perché legato a molti lavori, anche nel pubblico impiego. Lo ritengo un processo irreversibile, ma che, in realtà, apre grandi opportunità”.

L’IA, infatti, ha evidenziato De Nisco, è di per sé un settore economico che genera sviluppo, ricchezza e lavoro. Un’altra frontiera che può portare alla crescita del Paese è l’IA as-a-service, il modello con cui viene offerto anche ChatGPT: un sistema di intelligenza artificiale generalista cui si accede “come servizio” e a partire dal quale si potranno sviluppare applicativi verticali specifici per la gestione di alcuni processi, come la relazione col cliente e flussi di lavoro, con un forte impatto positivo sulla PA e sulle varie industrie del Made in Italy.

“L’IA è un’evoluzione positiva in quanto può svolgere attività ripetitive di raccolta e analisi dei dati, permettendo alle persone si dedicarsi ad altre attività di maggior valore. Anche la PA può efficientare alcuni compiti e indirizzare le persone verso lavori di qualità, incluso il servizio ai suoi utenti”, ha affermato De Nisco.

PA e servizio pubblico: l’IA come opportunità. L’approccio di Istat

Istat, infatti, sta già valutando come migliorare l’accesso e la fruizione da parte dell’utente del grande patrimonio informativo dell’Istituto. “La ricerca tra i tanti dati dell’Istat deve diventare più semplice”, ha affermato Colasanti. “In questo ambito Istat sta portando avanti diversi progetti, come il motore di ricerca semantico e il chatbot”.

Il chatbot che Istat sta sperimentando è pensato per aiutare l’utente a trovare le informazioni richieste attingendo alle fonti e ai contenuti ufficiali interni, come i comunicati stampa. “Si tratta di una ricerca controllata”, ha evidenziato Colasanti.

Un altro progetto è volto a ridurre il numero di allucinazioni (errori) nelle risposte dell’IA tramite specifici accorgimenti: per esempio, il chatbot fornisce sempre il link alla sua fonte.

D’altro lato, in questo momento Istat non intende usare l’IA per generare previsioni. “L’IA, in teoria, può farle, ma le competenze delle persone non sono mature a sufficienza da permettere di controllare e supervisionare questa area”, ha affermato Colasanti. “Vediamo, invece, grandi prospettive nell’impiego dell’IA per il contact center o per fornire istruzioni sulla compilazione dei moduli”.

L’IA come trasformazione e competenza trasversale

La formazione e le competenze sono un altro dei temi chiave legati all’IA. L’IA è una tecnologia troppo dirompente per essere vista solo come strumento tecnico: è un cambiamento che si ripercuote sul lavoro e sulla società. E, come tale, interessa direttamente la pubblica amministrazione, chiamata a fornire guida e servizi a imprese e cittadini.

“L’intelligenza artificiale non si limita ad abilitare e migliorare processi, con una augmentation delle nostre capacità, ma innesca una forte trasformazione economica e sociale, un cambiamento generalizzato”, ha detto Stefano Epifani. Ciò significa, volendo riportare il concetto al mondo del lavoro e della PA, non solo insegnare a usare la tecnologia IA, ma capire come l’IA cambia la realtà lavorativa e la società in cui i servizi pubblici andranno a collocarsi.

“Le università, ma anche le scuole, sono chiamate a sviluppare le competenze IA come skill trasversali, che servono a tutti nel lavoro e nella società”, ha affermato De Nisco. “È un tema di reskilling e di formazione continua”.

L’università, in particolare, può svolgere un ruolo centrale, formando non solo i giovani, ma tutti, inclusi i docenti, con percorsi di aggiornamento delle competenze dei lavoratori e, idealmente, di ogni persona.

La privacy e l’AI Act europeo: “scelta di campo”

Naturalmente, all’IA è legato il grande tema della privacy. La protezione dei dati è stata vista come cruciale ai fini della tutela dei diritti individuali dal regolatore europeo e ha inciso fortemente sul testo definitivo dell’AI Act dell’Ue. Guido Scorza ha sottolineato come l’Ue abbia fatto una “scelta di campo, regolamentando l’IA con lo strumento normativo più forte a disposizione dell’Europa, cercando un equilibrio tra regole e promozione dell’innovazione per giocare un ruolo che non ha svolto nella storia di internet, visto che finora sono stati i mercati a imporre le loro regole sul piano tecnologico e commerciale”.

L’approccio adottato è, fondamentalmente, quello di alzare più paletti laddove si intravedono più rischi, fino ad applicazioni non tollerate. Gli strumenti scelti sono quelli tipici della regolazione europea, basati sulla trasparenza e il self-assessment dei produttori di IA, anche se non è garantito che questo sistema sia sufficiente. Anche etichettare i contenuti come “prodotti con l’IA” potrebbe rivelarsi complicato, visto che l’IA è ormai dappertutto, inclusi i motori di ricerca sul web. “La legge è un passo importante, ma la meta potrebbe restare lontana”, ha affermato Scorza.

Al cuore del dibattito c’è anche un concetto di IA etica o, come preferisce dire Epifani, di IA sostenibile. “La difficoltà dei normatori è che oggi regolano qualcosa che è destinato a cambiare molto nei prossimi anni. La sostenibilità tecnologica vuol dire regolare e interpretare oggi l’IA tenendo conto anche di quali saranno le esigenze di domani, realizzando i bisogni e proteggendo i diritti adesso senza impedire di fare altrettanto domani. Dobbiamo pensare alle caratteristiche tecniche che permettono di controllare la macchina – per esempio, parlando di trasparenza degli algoritmi e portabilità dei dati – ma lasciando la libertà di scegliere che cosa è giusto in contesti e tempi diversi. Per me l’AI Act ha il limite di regolare solo mettendo paletti e non lasciando aperte le porte allo sviluppo e alla politica industriale ed economica”.

La tecnologia evolve: la chiave è la formazione continua

Nel frattempo, la tecnologia va avanti, velocemente. L’Ue ha proceduto con i tempi più rapidi possibili, ma sono pur sempre passati due anni dalla prima proposta della Commissione e, nel frattempo, la tecnologia e il mercato sono profondamente cambiati, soprattutto dopo l’arrivo sul mercato di ChatGPT e i nuovi modelli fondazionali e LLM (Large Language Model).

Per ora, dunque, il passo più importante è formare le persone a usare gli algoritmi e l’IA, sempre più pervasivi nel lavoro e nella vita quotidiana. E intanto fare ricerca e sperimentazione con le sandbox regolamentari, ambienti sicuri dove sperimentare – soprattutto con l’IA generativa – muovendosi lungo quel difficile confine tra controllo e libertà di innovare.

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