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Posta Elettronica Certificata: obbligo di legge o no?

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Foto di SC Fiasco

La bozza del Decreto Anticrisi approvata dal Consiglio dei Ministri a novembre conteneva alcune importanti indicazioni per quanto riguarda la digitalizzazione del paese. In particolare l’articolo 16 prevedeva l’obbligo per tutte le aziende ed i professionisti di dotarsi di una casella di Posta Elettronica Certificata (PEC) da utilizzare per tutti i rapporti con le amministrazioni pubbliche. Una sterzata troppo drastica, evidentemente, dato che nel passaggio alle Camere l’articolo 16 è stato emendato, trasformando l’obbligo della PEC in una scelta opzionale.

3 Febbraio 2009

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Tommaso Del Lungo

Articolo FPA
ROYGBIV

Foto di SC Fiasco

La bozza del Decreto Anticrisi approvata dal Consiglio dei Ministri a novembre conteneva alcune importanti indicazioni per quanto riguarda la digitalizzazione del paese. In particolare l’articolo 16 prevedeva l’obbligo per tutte le aziende ed i professionisti di dotarsi di una casella di Posta Elettronica Certificata (PEC) da utilizzare per tutti i rapporti con le amministrazioni pubbliche. Una sterzata troppo drastica, evidentemente, dato che nel passaggio alle Camere l’articolo 16 è stato emendato, trasformando l’obbligo della PEC in una scelta opzionale.

Abbiamo chiesto ad Antonino Mazzeo professore all’Università Federico II di Napoli ed animatore del Focus Group sulla dematerializzazione che FORUM PA, in collaborazione con IBM, ha avviato a novembre e a cui partecipano oltre 50 rappresentati di pubbliche amministrazioni centrali e locali, di spiegarci le motivazioni di questo passo indietro. Ci sono ripensamenti in corso sulla Posta Elettronica Certificata?

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Innanzitutto è bene chiarire il contesto di riferimento. La Posta Elettronica Certificata è uno degli strumenti necessari alla gestione informatica del documento, che dovrebbe portare alla tanto sognata “PA senza carta”. In particolare la PEC è l’alter ego informatico della raccomandata postale con ricevuta di ritorno e garantisce l’opponibilità giuridica a terzi dell’avvenuta consegna di un documento elettronico.

“Quando utilizzo una casella di posta elettronica per mandare la mia offerta per una gara pubblica – spiega Antonino Mazzeo – il provider consegna il messaggio all’amministrazione e mi rilascia una ricevuta, dotata di requisiti tecnici definiti dalla legge. Questa ricevuta garantisce a me, mittente, che quella mail è arrivata, è arrivata nei tempi corretti ed è, quindi, un atto valido a tutti gli effetti, oppugnabile in tribunale in caso di contenzioso.”

Tuttavia è proprio quel “definiti dalla legge” di cui parla il professor Mazzeo a destare le preoccupazioni di qualcuno. Una delle principali critiche che si trovano in rete è che lo standard della PEC è uno standard tutto italiano (lo dice anche wikipedia) e che gli altri paesi europei stanno affrontando il problema ricorrendo ad altri standard più universalmente riconosciuti come la firma digitale. “In realtà – sottolinea Mazzeo – come spesso avviene per gli argomenti strettamente tecnici che hanno un impatto forte sull’organizzazione economica di un Paese o di una categoria, si tende a fare confusione.
Parliamo prima da un punto di vista prettamente tecnico. In questo momento la Posta Elettronica Certificata è un elemento di vanto per l’Italia. Non è una forzatura di mano del governo. Tutta la normativa sulla PEC è passata per il vaglio della Commissione Europea ed è stata approvata. Tra l’altro il percorso fatto dal CNIPA per arrivare a definire le regole tecniche di questo strumento è stato partecipato e condiviso dai produttori, dai provider e da tutte le componenti della società. Il fatto che in questo momento l’Italia sia sola, non vuol dire che gli altri paesi stiano lavorando su altri sistemi, ma semplicemente che non stanno lavorando affatto su questo aspetto della dematerializzazione. Vede, ognuno stabilisce le proprie priorità in base al proprio livello di organizzazione. L’Italia aveva un’organizzazione dei processi burocratici molto arretrata rispetto ad altre nazioni ed ha dovuto accelerare i tempi su alcuni strumenti per colmare questo gap e questo vale per la PEC, ma anche ad esempio per la cooperazione applicativa, rispetto alla quale siamo gli unici ad aver portato la discussione ad un livello così avanzato.
Se la Francia e la Svizzera non stanno studiando oggi una forma di Posta Elettronica Certificata da usare nei rapporti con le imprese è perché, probabilmente, il loro sistema è ancora competitivo. Ma il passaggio al digitale non è un’opzione e quando questi paesi sceglieranno di intraprendere questa strada dovranno effettuare uno studio sulla normativa europea più all’avanguardia presente e, forse sceglieranno proprio quella italiana”.

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Per quanto riguarda la critica che la Posta Elettronica Certificata sia sostanzialmente un doppione inutile della firma digitale, Antonino Mazzeo dice che è un’obiezione che può nascere solo da chi non conosce lo strumento: “Firma digitale e PEC sono due strumenti differenti che servono a scopi differenti. La prima garantisce l’autenticità di un documento, la seconda offre, invece, garanzie sull’avvenuta consegna ad un destinatario e sul non ripudio di quel messaggio. Il fatto che questa garanzia, nella PEC, sia materialmente espressa da una ricevuta firmata digitalmente dal provider è puramente contingente e dipende dal fatto che al momento attuale la firma digitale è uno strumento riconosciuto dalla legge”.

Insomma la Posta Elettronica Certificata è un tassello fondamentale per realizzare il passaggio dalla carta al documento informatico e la sua funzione non è sostituibile: se prima potevo mandare raccomandate oggi devo poter mandare messaggi di Posta Elettronica Certificata. Dal punto di vista tecnico è uno strumento maturo e riconosciuto a livello europeo ed anche i costi sono piuttosto ridotti. Ma allora perché la decisione di modificare l’articolo 16 del Decreto anticrisi eliminando l’obbligo dell’uso della PEC nelle comunicazioni con le amministrazioni pubbliche?

Il professor Mazzeo risponde che si tratta di un problema puramente organizzativo: “Come dicevo prima occorre scindere la questione tecnologica dalla questione politica. È, infatti, ragionevole accettare le critiche di chi percepisce l’obbligo di dotarsi di una casella PEC come un onere aggiuntivo senza nessun ritorno. È un dato di fatto che moltissime aziende non possiedono nemmeno un pc e che molte altre non sono pronte per un cambiamento così penetrante. In questa situazione l’investimento nei sistemi di gestione documentale viene vissuto come una forzatura”.
Il vero costo della PEC, infatti, non è nell’acquisto del servizio, ma in tutto quello che c’è dietro, a cominciare dalla revisione di alcuni processi aziendali, necessaria per poter sostituire lo strumento tradizionale con quello informatico. “I motivi per cui si vuole rallentare questo processo – continua Mazzeo – sono tanti. Il più semplice è che cambiare i processi interni è costoso (almeno all’inizio) e in questo momento di crisi, forse, non viene percepito come priorità.”

I temi della gestione documentale informatica e della dematerializzazione troveranno a FORUM PA ’09 uno spazio specifico all’interno dello Zoom Dematerializzazione.

Il punto è, però, che se salta la PEC salta una parte importante del processo di dematerializzazione della PA. Basti pensare a cosa vuol dire in termini di costo investire in una piattaforma di gestione informatizzata delle gare di appalto e poi continuare ad accettare la doppia modalità: PEC e raccomandata tradizionale. “A dirle la verità – chiude Mazzeo – non mi sembra che l’articolo 16 sia stato stravolto così tanto dalla versione iniziale, semplicemente si è scelto di ammorbidire l’obbligo della PEC con l’obbligo per aziende e professionisti di dotarsi di un  sistema di trasmissione elettronica dei messaggi che- cito – «certifichi la data e l’ora dell’invio e della ricezione delle comunicazioni e garantisca l’integrità del contenuto delle comunicazioni trasmesse e ricevute, assicurando l’interoperabilità con analoghi sistemi internazionali». Il che, da un punto di vista funzionale, è esattamente la stessa cosa. Per una volta dovremmo andare fieri di essere così avanti e se la PEC non è uno strumento universale oggi, lo sarà domani. I veri problemi, per quanto riguarda la dematerializzazione sono altri, a cominciare dalla conservazione, ma questo è un altro discorso.”

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