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Spid, Polimi: “Accompagnare gli enti locali e incentivare le PMI, ecco come può decollare”

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Le modeste risorse e competenze presenti negli enti locali rischiano di limitare le opportunità di digitalizzazione offerte da SPID. Sono pertanto necessarie iniziative di accompagnamento e da questo punto di vista le Regioni potrebbero giocare un ruolo chiave. Allo stesso modo servono incentivi per le PMI che, tendenzialmente, hanno meno risorse dei grandi gruppi privati per gestire autonomamente le identità digitali degli utenti dei loro servizi

5 Dicembre 2016

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Luca Gastaldi, Pietro Trabacchi, Osservatorio Agenda Digitale, Politecnico di Milano

Il 2016 è stato l’anno di SPID: il sistema pubblico per l’Identità Digitale. Dopo quasi un anno e mezzo dall’emanazione del primo DPCM che regolamenta il sistema e numerosi studi sull’architettura e il modello di sostenibilità, il 15 marzo del 2016 SPID ha aperto i battenti a cittadini e imprese. La chiave unica per avere accesso ai servizi pubblici rappresenta uno dei progetti di punta di AgID e, insieme ad ANPR e PagoPA, è una delle piattaforme abilitanti volute dal Governo per semplificare le interazioni tra cittadini/imprese e Pubbliche Amministrazioni.


Passati quasi 9 mesi, si può fare un primo bilancio dell’iniziativa e dare alcuni consigli per il futuro. Partiamo dai numeri, chiari e inequivocabili. L’obiettivo dichiarato dal ministro Madia era di raggiungere 3 milioni di italiani entro la fine del 2016 e 10 milioni entro la fine del 2017. A oggi sono poco più di 430.000 le identità erogate, circa 3.700 le amministrazioni attive e 4.200 i servizi pubblici online accessibili grazie a SPID. Ancora nessun privato offre servizi accessibili tramite SPID. Falsa partenza, dunque, alla quale si è cercato di porre rimedio veicolando SPID a studenti e professori come unico strumento per accedere rispettivamente al bonus cultura per i diciottenni e al bonus docenti. Tale mossa ha consentito di raddoppiare nel giro di soli due mesi il numero delle identità digitali rilasciate, migliorando un poco la diffusione che resta tuttavia comunque deludente rispetto alle aspettative.


Detto questo, il fatto che un utente possegga un’identità SPID non implica necessariamente che poi la utilizzi per usufruire dei servizi online. L’utilizzo effettivo di SPID dipende sostanzialmente da tre fattori:


  • la presenza di servizi online accessibili tramite SPID;
  • la presenza di soluzioni di autenticazione alternative presso i Service Provider;
  • la propensione dell’utente a utilizzare SPID al posto di tali soluzioni.


Con riferimento ai Service Provider pubblici, l’unico (grande) problema riguarda il primo di questi tre punti. Se il nuovo CAD e la Finanziaria 2016 forzano infatti l’utilizzo di SPID come unico sistema di autenticazione digitale, oltre alla Carta d’Identità Elettronica (attualmente in fase di lancio solo su circa 200 comuni) e alla Carta Nazionale dei Servizi (che tuttavia richiede sempre un lettore smartcard per l’accesso ai servizi online), il 75% dei comuni italiani non offre alcun servizio online per il quale sia richiesta un’autenticazione digitale. Tale percentuale dimostra che tantissime PA, soprattutto quelle di piccole dimensioni, grazie a SPID potrebbero concentrarsi sull’offerta di servizi digitali ai loro cittadini. Non è tuttavia scontato che lo facciano. Le modeste risorse e competenze presenti negli enti locali rischiano di limitare le opportunità di digitalizzazione offerte da SPID. Sono pertanto necessarie iniziative di accompagnamento e, se necessario, aggregazioni tra più comuni per l’offerta di servizi congiunti. Da questo punto di vista le Regioni potrebbero giocare un ruolo chiave.


L’adesione della PA a SPID serve ad avere una porzione di utenti che, progressivamente, concorra alla diffusione della piattaforma, ma è tuttavia impensabile che, da sola, la PA riesca a incentivare in tempi brevi l’utilizzo di SPID da parte degli utenti finali. Il vero nodo alla diffusione di SPID è pertanto connesso a quanto i privati accetteranno di usare SPID per far accedere ai propri servizi online. Tale scelta dipende dal differenziale tra i costi da riconoscere agli Identity Provider accreditati a SPID e i costi dei metodi di autenticazione alternativi come i sistemi proprietari del Service Provider stesso o le soluzioni di social login.


È prioritario incentivare l’adesione a SPID da parte delle aziende che erogano servizi per cui è importante fornire un’autenticazione forte (con livelli di sicurezza 2 o 3), ma che non abbiano già investito fortemente in passato in sistemi proprietari di gestione delle identità digitali. Più che i grandi gruppi privati, che hanno meno interessi a mettere in discussione i loro sistemi di identity management, è opportuno costruire incentivi per le PMI che, tendenzialmente, hanno meno risorse per gestire autonomamente le identità digitali degli utenti dei loro servizi. Traghettando diversi dei loro servizi online, SPID potrebbe contribuire sostanzialmente non solo alla loro digitalizzazione, ma anche all’incremento del loro attuale mercato di riferimento.


È tuttavia fondamentale creare le condizioni perché la piattaforma risulti attrattiva per questi e per altri Service Provider privati. L’attuale normativa è molto restrittiva sul passaggio al Service Provider privati di alcuni attributi che, pur eccedendo il set definito come minimo necessario per l’erogazione del servizio, sono oggi considerati indispensabili per le attività di customer relationship management (genere, età, ecc.). Uno dei punti di forza di SPID, la gestione sicura di dati sensibili, rischia, se non adeguatamente gestito, di rendere la piattaforma poco competitiva nei confronti delle alternative di autenticazione disponibili in ambito privato, limitandone la diffusione e, di conseguenza, la possibilità di generare mercati aggredibili.

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