CNEL: nuove assunzioni e competenze per una migliore qualità dei servizi pubblici

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La qualità dei servizi pubblici risente di un grave impoverimento delle risorse umane, determinato negli ultimi dieci anni dal blocco del turn over e dalla mancata attenzione al tema della formazione e delle competenze. Lo sottolinea il CNEL nella sua Relazione 2019 a Parlamento e Governo

16 Gennaio 2020

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Michela Stentella

Content Manager FPA

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Il livello dei servizi pubblici offerti a cittadini e imprese risente necessariamente, soprattutto nei Comuni, di un grave impoverimento delle risorse umane, determinato negli ultimi dieci anni dal blocco del turn over e dalla mancata attenzione al tema della formazione e delle competenze dei dipendenti pubblici.

Anche il CNEL, nella sua “Relazione 2019 al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini”, presentata ieri (14 gennaio) a Roma, pone l’accento sul tema delle nuove leve che, grazie allo sblocco del turn over e ai nuovi concorsi pubblici, entreranno nella PA.

La riflessione (come non ci stanchiamo di sottolineare) è centrale e include diverse sfaccettature: come effettuare la selezione, quali competenze richiedere e valorizzare prima e dopo l’entrata in servizio dei nuovi assunti, come cogliere questa opportunità per avere finalmente amministrazioni che siano una reale leva di innovazione e sviluppo per il Paese.

I commenti alla Relazione CNEL

In occasione della presentazione di questa settima Relazione annuale, il presidente del CNEL Tiziano Treu ha sottolineato proprio questo aspetto: “Consideriamo indispensabile, come annunciato dal Ministro Dadone, la ripresa di una fase assunzionale nella PA, che avvenga in modo mirato sulla base dei reali fabbisogni come previsto dalla normativa ormai vigente. Oltre a ciò sarebbe importante accompagnare un piano di investimenti nella formazione e nell’aggiornamento delle competenze del personale in servizio”.

“Stiamo lavorando con l’obiettivo primario di sfruttare al meglio la stagione di rilancio concorsuale che abbiamo avviato – ha commentato quindi il Ministro della pubblica amministrazione, Fabiana Dadone -. Recluteremo giovani e daremo spazio a profili innovativi che possano accompagnare gli uffici pubblici sul cammino ormai imprescindibile della digitalizzazione”.

Ma quali sono le principali evidenze della Relazione del CNEL? Una relazione di oltre 400 pagine che si può scaricare integralmente a questo link e che riguarda i servizi pubblici erogati in Italia da ben 12.874 istituzioni pubbliche, nelle quali prestano servizio quasi 3 milioni e mezzo di lavoratori, compresi i dipendenti pubblici in servizio all’estero (ambasciate, consolati, istituti di cultura, ecc.) e le forze armate e di sicurezza (pari a quasi 500.000 unità).

Cosa si aspettano i cittadini dai servizi pubblici

Prima di tutto una riflessione sulle aspettative dei cittadini. Oggi siamo abituati a utilizzare piattaforme digitali per informarci, comunicare, fare acquisti, organizzare il nostro tempo libero. E, quando si parla di servizi pubblici, cittadini e imprese si aspettano esperienze simili a quelle che offrono queste piattaforme con cui interagiscono quotidianamente. Ma la “citizen experience” reale, soprattutto a livello locale, è molto diversa da quella attesa, nonostante i costi a carico del cittadino continuino a crescere.

È questo uno degli aspetti che emerge dalla Relazione. In generale, si evidenzia una diffusione dei processi di digitalizzazione all’interno dell’amministrazione pubblica, che risulta però ancora troppo appesantita da una eccessiva complessità di regole e di percorsi procedurali. Il che si traduce, oltre che in aspetti di inefficienza della gestione amministrativa, anche e soprattutto in oneri significativi sulla vita delle imprese e dei cittadini.

E il divario Nord-Sud, tranne poche eccezioni, è sempre più accentuato, soprattutto in alcune aree come la sanità pubblica o gli asili nido, che in generale sono ancora sottodimensionati rispetto alle reali esigenze delle famiglie e vedono diminuire gli investimenti, ma se guardiamo alle differenze territoriali la percentuale dei posti disponibili varia dal minimo del 7,6% della regione Campania al 44,7% della Valle d’Aosta.

Quanto costano i servizi pubblici a cittadini e imprese

Nel 2018 (ultimi dati disponibili) il costo a carico di ogni cittadino per i servizi pubblici locali è stato di 350 euro. La cifra è la somma dei costi per i servizi amministrativi (i costi maggiori sostenuti dai cittadini e dalle imprese, con 205 euro pro capite e un aumento dello 0,6%), la polizia locale (37,50), territorio e ambiente (32), i servizi sociali (77), gli unici che registrano un calo (-1%). A questi vanno aggiunti servizi che è difficile contabilizzare pro-capite come quelli di istruzione, che impegnano mediamente 681 euro per ciascun residente tra 3 e 14 anni; la viabilità  (640 euro per km di strada comunale anche se con differenze notevoli fra i vari territori) e il servizio rifiuti che costa 337 euro per tonnellata di rifiuto raccolto e smaltito, in contrazione del -4,4%, ma a fronte di un aumento della raccolta differenziata del +11,3%, giunta mediamente (media semplice) al 55,6%. 

La sanità: sale la spesa per prestazioni private

Nel 2017 sono state 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani, per una spesa complessiva di 39,7 miliardi di euro, e con un aumento tra il 2013 ed il 2017 del 9,6% (RBM-Salute – Censis). Il fenomeno riguarda oltre 44,1 milioni di persone (2 italiani su 3) con un esborso medio di circa 655 euro per cittadino per anno. La spesa privata per la sanità interessa tutte le fasce di reddito, compresi i redditi inferiori a 15mila euro (Istat). In generale, comunque, l’Italia si colloca tra i Paesi più virtuosi per il settore della sanità pubblica, anche se i risultati ottenuti in termini di salute e di efficienza sanitaria sono inficiati nel loro valore dal peso delle disparità che si registrano nell’offerta di servizi, nei tempi di attesa e nelle differenze territoriali. L’Italia è, infatti, il Paese europeo con le più grandi differenze tra regioni.

La digitalizzazione

Il livello di digitalizzazione è medio-basso e pone l’Italia tra gli stati non-consolidated eGov, cioè coloro che non sfruttano appieno le opportunità fornite dalle tecnologie digitali. Anche se le amministrazioni centrali hanno raggiunto punte di eccellenza e consentono la gestione online della quasi totalità dei procedimenti amministrativi di propria pertinenza: come nel caso dell’Agenzia delle Entrate, l’Inps e l’Agenzia delle Dogane che rappresentano esempi concreti di un’efficace interazione con cittadini e imprese attraverso i propri siti web. Il ritardo, quindi, riguarda soprattutto i servizi pubblici locali.

Le performance pubbliche

La valutazione delle performance pubbliche non può essere un mero adempimento, ma deve avere come obiettivo il miglioramento dei servizi e del benessere percepito da cittadini e imprese. Nella sintesi alla Relazione del CNEL si sottolinea che “occorre cambiare il paradigma di valutazione dell’azione pubblica: bisogna far uscire le performance dal loop adempimentale e autoreferenziale, contrastando la ‘sindrome del 100%’ delle performance individuali, spostando il baricentro verso rinnovate performance organizzative e finalizzando entrambe verso l’orizzonte del Valore Pubblico”.

Nella Relazione 2019, il CNEL per la prima volta analizza la performance delle Amministrazioni comunali delle regioni a statuto ordinario, sia sotto il profilo dell’impegno finanziario delle amministrazioni comunali (il livello di spesa per unità di servizio o pro capite), sia sotto il profilo della quantità e qualità del servizio erogato alla cittadinanza attraverso i dati disponibili sulla piattaforma OpenCivitas di SOSE S.p.A., società del Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Banca d’Italia.

Viene inoltre introdotta una valutazione dell’implementazione di politiche orientate alla sostenibilità, in base agli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile, BES (ideati dal Cnel con il supporto dell’Istat nel 2013) e dell’insieme contiguo delle misurazioni legate ai Sustainable Development Goals connessi alla strategia 2030 delle Nazioni Unite. 

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