Smart city e taglio dei tribunali

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Stavo scrivendo di città intelligenti con un occhio e un orecchio al TG3 dove passavano le immagini delle proteste contro la chiusura, operativa dallo scorso venerdì 13 settembre, di una trentina di piccoli tribunali, di un paio di cento procure e sedi distaccate e di qualche centinaio di uffici dei giudici di pace. Poche volte ho visto plasticamente un tale contrasto tra lo sforzo di modernizzazione e la difesa dell’esistente.

23 Settembre 2013

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Carlo Mochi Sismondi

Stavo scrivendo di città intelligenti con un occhio e un orecchio al TG3 dove passavano le immagini delle proteste contro la chiusura, operativa dallo scorso venerdì 13 settembre, di una trentina di piccoli tribunali, di un paio di cento procure e sedi distaccate e di qualche centinaio di uffici dei giudici di pace.

La macchina da presa impietosa vagava tra quelle stanze che, seppure senza più avvocati e magistrati, sono e saranno ancora per un bel pezzo stipate di montagne disordinate di faldoni, tra fogli svolazzanti e segreti di Pulcinella alla portata di tutti. Fuori della porta decine di lavoratori e sindaci con le fasce tricolori a difendere la sopravvivenza di quelle stanze e di quelle montagne di carta.

Poche volte ho visto plasticamente un tale contrasto tra lo sforzo di modernizzazione e la difesa dell’esistente. Non so e non voglio qui difendere una riforma che ha avuto ben più autorevoli appoggi a cominciare dal Presidente Napolitano sino alla Corte Costituzionale, ma certo da quelle piazze la modernizzazione non è passata. La dematerializzazione, l’informatizzazione degli uffici, la telematica avanzata non possono infatti non produrre anche un effetto di razionalizzazione e di rivoluzione degli spazi fisici. Bit e brick devono andare insieme. Nei tribunali come nelle nostre città.

Ma c’è di più. Molto di più. Gli avvocati vocianti e i sindaci messi a baluardo del diritto inalienabile di avere il tribunale (o l’ospedale, o l’ufficio comunale decentrato) sotto casa rappresentano in forma teatrale la nostra incapacità di immaginare e far immaginare davvero cosa succede in una città intelligente. Fino a che non riusciremo a suscitare nelle menti di tutti l’immagine concreta della società dell’informazione (ormai non la chiama quasi più nessuno così, ma io sono affezionato a questo termine) e non sembrerà preistorico un avvocato che si lamenta che dovrà fare cinquanta km in macchina per depositare un documento, perché questo sarà veramente possibile con un click. Fino a che quindi la tecnologia non sarà parte della rappresentazione della vita da parte dei cittadini e dei lavoratori, la nostra battaglia per l’innovazione sarà una battaglia di una sparuta avanguardia a forte rischio di aggiramento e annientamento, come purtroppo lo stato presente dell’Agenda digitale italiana dimostra.

E la responsabilità è sì di una politica distratta e sciatta, ma è anche la nostra: abbiamo parlato troppo in gergo, abbiamo formato caste sacerdotali, abbiamo creato una miriade di prototipi e di “pilota”, mai diventati oggetti di senso comune. Molto peggio: abbiamo cercato di far convivere tecnologie avanzate con modelli organizzativi, ruoli, organigrammi, orari, uffici, sportelli, edifici, scrivanie, sedie, sale riunioni, oggetti pensati per il mondo di prima.

Abbiamo suscitato coraggiose fantasie, ma solo nella testa di qualche decina di migliaia di persone, mentre la vita di tutti gli altri cambiava velocemente ovunque, ma non nei loro uffici, non nelle loro pratiche, non nel loro modo di immaginare il lavoro che non ha mai superato un’impronta fordista. Non ci credete? Pensate ai tornelli della PA che chiudono le persone in gabbia, qualsiasi cosa facciano poi dentro, dopo che ci sono arrivate in fila su automobili private incolonnate per chilometri; pensate alle tante amministrazioni che impediscono l’uso di Internet o dei social network ai loro dipendenti, pensate alla forma delle nostre classi, uguali a quando andavo a scuola io, ma anche mio nonno.

Insomma non abbiamo dato combustibile all’immaginazione del futuro e quindi diventa un dramma se l’ufficio che pur mi vede arrivare solo per pratiche inutili, che potrei fare benissimo da casa, si sposta e si allontana da me. Sembra che lo Stato stesso si allontani.

Ciascuno alle proprie responsabilità: noi stiamo provando a dare immagini al presente possibile con il nostro lavoro. Tra poco aprirà Smart City Exhibition, ampiamente descritta su questo sito e su www.smartcityexhibition.it e sarà l’occasione per confrontarci proprio su questo: sulla nostra capacità di vedere far vedere un mondo più aperto, più semplice, più conviviale, ma che non ci sarà dato gratis. Chiederà che sappiamo immaginarlo, progettarlo e costruirlo insieme.