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Quali strumenti per una partecipazione civica che aiuti davvero le istituzioni nel design delle politiche pubbliche

Corriamo il rischio che una affermata retorica della partecipazione non sia all’altezza della crescente aspettativa che i cittadini ripongono in questi processi. Partecipare costa tempo ed energie per i cittadini che vi si applicano e se i risultati sono difformi o inferiori a quanto promesso l’effetto è controproducente. La soluzione sta nel mettere sul binario delle regole le procedure partecipative, creando patti di partecipazione che descrivano in modo minuzioso gli obiettivi, i risultati possibili, i tempi e le modalità di accesso, a garanzia dei cittadini attivi

Foto di Graeme Paterson rilasciata in cc https://flic.kr/p/bvJbpr

Il contributo dei cittadini al processo decisionale e all’amministrazione delle istituzioni pubbliche è sempre più consistente e rivendicato. Con l’affievolirsi del ruolo dei partiti politici, la partecipazione diretta dei cittadini attivi, delle associazioni, dei comitati o dei gruppi, anche informali, si è fatta sempre più strada. Questo protagonismo integra, spesso in modo sussidiario, le responsabilità che la legge attribuisce a tecnici e decisori pubblici.
La partecipazione civica genera un processo di crescita collettiva al quale i cittadini contribuiscono con la propria conoscenza di dettaglio della realtà di vicinato, di estremo valore soprattutto nei centri maggiori, approfondendo al contempo vincoli, costi, procedure e aspetti tecnici delle pubbliche amministrazioni, che scontano sempre più carenze di organico e risorse.

I Comuni sono stati apripista e pionieri nella sperimentazione di soluzioni per organizzare la partecipazione civica e solo più recentemente anche le amministrazioni centrali hanno iniziato a muoversi nella direzione di un più complessivo ripensamento delle regole che governano la materia.

È importante partire dal contesto generale perché molto di quanto si può realmente fare o non fare anche a livello decentrato dipende dalle normative e dal valore legale che viene dato ai processi di partecipazione. Dopo molti anni di sperimentazioni e un proliferare di iniziative di ascolto e di coinvolgimento dei cittadini, infatti, corriamo il rischio che una affermata retorica della partecipazione non sia all’altezza della crescente aspettativa che i cittadini ripongono in questi processi. Partecipare costa tempo ed energie per i cittadini che vi si applicano e se i risultati sono difformi o inferiori a quanto promesso l’effetto è controproducente. La soluzione sta nel mettere sul binario delle regole le procedure partecipative, creando patti di partecipazione che descrivano in modo minuzioso gli obiettivi, i risultati possibili, i tempi e le modalità di accesso, a garanzia dei cittadini attivi. Negli ultimi anni sono stati realizzati workshop, consultazioni pubbliche, laboratori civici, passeggiate di quartiere, stati generali, incontri di co-progettazione e i primi débat public.

A Milano è stata organizzata nel 2015 la prima edizione del bilancio partecipativo, che consente ai cittadini di decidere dal basso una parte delle opere pubbliche da realizzare, ed è stata già avviata la seconda edizione con regole aggiornate e mutuate dall’esperienza del gruppo di ricerca europeo Empatia.
Il perimetro della partecipazione è fissato dallo Statuto del Comune, che ha aperto a 16enni e city users di qualsiasi nazionalità la possibilità di scegliere.
Questi strumenti vanno ora sottratti all’occasionalità e all’opportunità discrezionale e codificati come diritti, per salvaguardare l’investimento fatto nella fiducia dei cittadini.
Il tentativo sarà tanto più efficace quanto più potrà servirsi di una regia unica, che già oggi può beneficiare di linee guida nazionali per la realizzazione di consultazioni, preparate dal Dipartimento della Funzione Pubblica, della normativa sulla raccolta di contributi e osservazioni nel corso delle valutazioni ambientali strategiche o dell’adozione di documenti di piano, della strada tracciata dal nuovo Codice degli appalti in materia di Dibattito pubblico. Proseguire nella definizione di standard comuni e di un quadro normativo nazionale che legittimi nuovi processi partecipativi, anche digitali, garantirebbe uniformità di diritti, maggiore accesso alle procedure democratiche, riduzione dei costi e della burocrazia e l’estensione di buone pratiche di trasparenza e partecipazione anche dove oggi non ci sono. Il primo beneficio si avvertirebbe già nel procedimento elettorale, rimasto immune ai temi dell’innovazione e ancora oggi dipendente da carta, certificati, funzionari e strutture organizzative specializzate.
Secondo e non meno importante tema è quello della cultura della partecipazione, organizzativa e civica. Sono diverse le amministrazioni che, come a Milano, hanno definito deleghe specifiche per presidiare questo tema. Il compito di chi vi si cimenta è soprattutto di ingaggio e collaborazione trasversale con tutti i settori del proprio ente, solitamente abituati a lavorare per compartimenti. Creare una cultura della partecipazione vuole dire farla vivere ben oltre il mero adempimento o la sollecitazione esterna, sulla base di processi messi a punto da risorse specializzate a disposizione di tutti. L’esperienza e gli scambi di buone pratiche in occasione di momenti di incontro e confronto a livello nazionale e internazionale stanno facendo molto per la crescita della pubblica amministrazione. Utili sono le esperienze maturate in sede ANCI o con FORUM PA a livello nazionale e con la Commissione europea e i partenariati internazionali quali Open Government Partnership a livello sovranazionale, ma con una nuova attenzione allo scambio di esperienze tra le dimensioni cittadine metropolitane. La crescente sensibilità politica va però accompagnata da un aumento di professionalità avanzate tra i civil servant che possano interfacciarsi, con capacità progettuale e operativa, con il mondo privato e con chi fa ricerca. Questo vuol dire che oltre allo studio servono investimenti, creazione di unità specializzate, formazione e capacità di andare oltre i muri dei singoli dipartimenti. Impossibile che questo possa avvenire senza una forte consapevolezza dei cittadini e delle organizzazioni della società civile rispetto ai propri diritti, al funzionamento dei procedimenti partecipativi e alle loro potenzialità.
L’ultimo aspetto abilitante è quello delle piattaforme a supporto della partecipazione. Per essere efficaci devono essere disegnate con gli utenti e a misura delle loro capacità, prevedendone una fruizione multi canale.
Devono poi essere integrate e non ridondanti rispetto a tutto il crescente perimetro dell’offerta di servizi online delle amministrazioni. Da un lato la creazione del Sistema Unico di identità digitale pone le basi per un futuro processo di integrazione dei servizi, ma fino a questo momento è stato applicato prevalentemente a funzioni che costituiscono degli obblighi per i cittadini, come il pagamento di multe e tributi, e non a supporto dei diritti. Le consultazioni, la possibilità di contribuire alla stesura dei documenti di piano, la sottoscrizione di una proposta popolare dovrebbero essere opportunità fruibili in modo contiguo a tutti gli altri servizi di cui si ha maggiore familiarità, come la richiesta di certificati o i pagamenti. E dovrebbe essere fortemente integrata alle sezioni dove si realizzano rendicontazione e trasparenza.