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Chiarezza chiarezza, mi punge vaghezza di te… la travagliata vita dell’Agenzia per l’Italia digitale

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Così cominciava una bella canzone politica di quando ero giovane. Mi torna in mente stamattina quando ci svegliamo, dopo l’annuncio delle dimissioni di Alessandra Poggiani da direttrice dell’AgID, senza più una guida per la già tanto travagliata strategia per l’Italia digitale, ossia per risalire il baratro nelle classifiche internazionali nel campo probabilmente più importante per l’occupazione e lo sviluppo sostenibile.

30 Marzo 2015

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Carlo Mochi Sismondi

Così cominciava una bella canzone politica di quando ero giovane. Mi torna in mente stamattina quando ci svegliamo, dopo l’annuncio delle dimissioni di Alessandra Poggiani da direttrice dell’AgID, senza più una guida per la già tanto travagliata strategia per l’Italia digitale, ossia per risalire il baratro nelle classifiche internazionali nel campo probabilmente più importante per l’occupazione e lo sviluppo sostenibile.

Chiarezza quindi. Cominciamo dalla chiarezza sullo stato attuale che si è dimostrato del tutto inadeguato: oggi un’agenzia, con personale e dirigenza ridotta, ha una serie infinita di compiti, senza un contratto di servizio chiaro e senza una definizione precisa né di obiettivi né di risorse. Basta leggere la convenzione tra il Dipartimento della Funzione Pubblica e l’AgID e i suoi allegati per capire lo stato di vaghezza estrema in cui l’Agenzia lavora.

Il suo direttore (prima Agostino Ragosa, poi Alessandra Poggiani), senza indicazioni chiare, né obiettivi precisi, né risorse definite, risponde al Presidente del Consiglio, è vigilato dal Ministro delegato (pro tempore il Ministro per la Pa e la semplificazione Maria Anna Madia), ha indicazioni strategiche da un Comitato di indirizzo composto da 9 membri che a sua volta si avvale di un tavolo di esperti. Un insieme composito e variegato di altri enti, coinvolti in forme diverse nel processo, contribuiscono alla strategia e anche all’entropia generale: Formez, Invitalia, Comitati tecnici dedicati, Cisis, Enti di ricerca, ISTAT, associazioni di rappresentanza delle regioni e dei Comuni, aziende di Stato (come Sogei e Consip), stakeholders privati, ecc.

Che in questo caos siano nati due documenti, non splendidi, ma compiuti e comprensibili, come “Piano per la Crescita Digitale” e “Strategia italiana per la Banda Ultra Larga” è un miracolo di cui Alessandra giustamente va fiera. Ma che questo sistema di governance sia drammaticamente inefficiente non ci vuole molto a capirlo. Come nelle migliori storie d’amore Alessandra lo ha sposato e ha provato a cambiarlo, ma, come succede sempre, un rapporto basato sulla speranza di una trasformazione nel carattere del partner non può funzionare ed è arrivato al capolinea.

La chiarezza sul quadro attuale deve divenire chiarezza per il futuro: sbagliare è umano, perseverare nell’errore è diabolico. Perseverare poi nella perseveranza è anche sommamente stupido. È quindi necessario un cambiamento nell’architettura, altrimenti neanche se il prossimo direttore fosse Superman ce la faremmo.

Tre a parer mio sono le funzioni e tre debbono essere gli interpreti:

1. La politica definisce la strategia per il Paese, indica le priorità (a risorse limitate cominciamo da Italia login e dallo SPID o da un programma capillare di alfabetizzazione e di scuola digitale? Mettiamo prima la sanità digitale con i suoi enormi risparmi possibili o definiamo l’accesso alla banda larga – quella vera non i 2 Mbps – un servizio universale?), assegna le risorse per piani almeno triennali, raccoglie le indicazioni dai risultati e definisce gli aggiustamenti necessari. Per un tema di questa importanza strategica la responsabilità politica deve essere del Presidente del Consiglio dei Ministri che deve esercitarla direttamente o, meglio, attraverso un sottosegretario delegato che si occupi ogni giorno solo di questo.

2. L’amministrazione traduce la strategia in obiettivi e in piani per raggiungerli, cura la coerenza nell’azione delle amministrazioni nelle loro diverse fasce (statali, regionali, locali) evitando il proliferare di inutili tavoli o comitati, ma avendo sempre presente che l’amministrazione territoriale è il luogo dove l’innovazione diventa qualità della vita per cittadini ed imprese. Questo è il luogo della concertazione con le Regioni, gli enti locali, le città metropolitane. E’ questa amministrazione che rende effettivamente disponibili e spendibili le risorse, contratta indicatori e tempi, situa questa strategia nel contesto europeo e cura i rapporti politici e strategici con la Commissione e con le autorità italiane che gestiscono i fondi della programmazione europea (Agenzia per la coesione, autorità di gestione dei PON e dei POR, ecc.). Questo ruolo a mio parere deve essere svolto da un Dipartimento della Presidenza del Consiglio, meglio se dedicato. Un Dipartimento snello, che sappia scrivere e far muovere i provvedimenti nella giungla amministrativa, che sia l’interlocutore tra la politica centrale e locale e l’esecuzione dei piani, che risponda del raggiungimento degli obiettivi, che rediga e gestisca un contratto di servizio preciso e cogente con chi è preposto all’esecuzione.

3. L’organo tecnico è l’intestatario del contratto di servizio che definisce obiettivi possibili, risorse umane e finanziarie disponibili, risultati attesi. Questa agenzia è anche l’organismo tecnico che, dialogando con gli stakeholders (industria, servizi, cittadinanza organizzata, terzo settore, enti di certificazione e della ricerca, università, ecc.) produce le specifiche tecniche, i regolamenti attuativi, la normativa secondaria e i “manuali” che siano in grado di tradurre l’innovazione teorica in cambiamenti di comportamenti. Questo è il luogo della collaborazione con le altre strutture tecniche della PA, siano società strumentali centrali o regionali o locali. Questo organismo, che si può benissimo continuare a chiamare AgID, è diretto da un manager tecnico, possibilmente con una grande esperienza nel gestire sistemi complessi, che sia un vero capo-azienda e sia completamente assorbito dal raggiungimento degli obiettivi che il contratto di servizio gli assegna. L’Italia può contare su figure del genere, se poi le prendessimo non dall’amministrazione o dall’informatica pubblica, ma dal privato sarebbe meglio, magari guardando a qualche settore, come le banche ad esempio, in cui le parole d’ordine sono state integrazione ed efficientamento.

Tutto il resto è contorno, da decidere di volta in volta se utile o inutile e quindi dannoso: tavoli di esperti, organi di rappresentanza in cui ognuno alla fine rappresenta solo se stesso, comitati politici interministeriali mai riuniti, ecc.

Questo a parer mio sarebbe far chiarezza e… “chiarezza chiarezza, mi punge vaghezza di te”.

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