Agenda Digitale italiana: bene infrastrutture e PA digitale, ma il nodo restano le competenze

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È stata presentata questa mattina la ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano. Ecco come ne esce l’Italia

12 Dicembre 2019

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Michela Stentella

Content Manager FPA

Photo by Ahmad Dirini on Unsplash - https://unsplash.com/photos/F7Sive0fwIg

Le classifiche internazionali, lo sappiamo, non sono generose con il nostro Paese quando si parla di digitalizzazione. Il riferimento principale è ovviamente il Digital Economy and Society Index (DESI), che misura lo stato di attuazione dell’Agenda Digitale nei Paesi europei e che nel 2019 colloca l’Italia al quintultimo posto, lontana da paesi a lei simili come Regno Unito, Spagna, Germania e Francia, con un ritardo in particolare nelle aree delle competenze digitali e dell’uso di Internet, mentre nella connettività e nei servizi pubblici digitali si registrano i maggiori progressi. Ora anche i Digital Maturity Indexes dell’Osservatorio Agenda Digitale, sistema di indicatori sviluppato per superare alcuni limiti del DESI, collocano l’Italia nella parte bassa della classifica: al 20esimo posto su 28 paesi europei per sforzi compiuti nell’attuazione dell’Agenda Digitale e appena 24esima per risultati raggiunti.

La ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, che contiene questi dati, è stata presentata questa mattina al convegno “Italia digitale: la macchina è pronta a correre?”. Anche in questa Ricerca si mette in evidenza come il divario con la media europea sia stato praticamente eliminato per infrastrutture e digitalizzazione della PA, mentre rimangono grosse carenze nell’utilizzo effettivo delle tecnologie digitali da parte di cittadini e imprese. Il nodo, quindi, sono ancora una volta le competenze e la maturità digitale. Senza dimenticare i processi di impegno e spesa delle risorse per l’Agenda Digitale: dal 2014 al 2020 l’Europa ha messo a disposizione complessivamente 11,5 miliardi di euro (1,65 miliardi di euro l’anno) e l’Italia, a fine 2018, ne aveva speso meno del 16%.

In pratica, abbiamo gettato le fondamenta per la digitalizzazione del Paese, ora si deve lavorare per far crescere l’edificio. Nel 2019, infatti, l’Italia ha accelerato la diffusione dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), con 4.300 comuni subentrati nella piattaforma e 35 milioni di italiani coinvolti. Si è avvicinata all’obiettivo di 150 milioni di pagamenti su pagoPA entro il 2020, con oltre 63 milioni di transazioni effettuate e 15mila PA attive, anche se solo 4.200 hanno effettivamente ricevuto almeno un pagamento. Ha rilasciato 13 milioni di Carte d’Identità Elettroniche (CIE) al 21% della popolazione italiana. Sono state erogate 5 milioni di identità digitali tramite SPID, che consentono di accedere a 4.200 servizi online di oltre 4.000 PA, anche se il livello di effettivo utilizzo è ancora limitato. Sono oltre 140 milioni le fatture elettroniche verso la PA e più di 1,5 miliardi quelle fra privati. Il Fascicolo Sanitario Elettronico è attivo in tutte le regioni, completamente operativo in 18 e copre il 22% degli assistiti e oltre il 63% dei referti prodotti. Sono stati pubblicati più di 27mila Open Data.

Cosa serve, quindi, per recuperare il divario dagli altri Paesi? Come sottolinea Alessandro Perego, Responsabile scientifico degli Osservatori Digital Innovation: “Per incidere veramente ora serve una visione di lungo periodo in cui la trasformazione digitale guidata dalla PA diventi la base per la crescita economica nei prossimi anni. Per far correre l’Italia digitale, la macchina pubblica deve accelerare lo switch-off dei suoi servizi a cittadini e imprese, collaborare meglio con quest’ultime ripensando i processi di procurement, sperimentare tecnologie emergenti con pragmatismo e definire roadmap di trasformazione digitale chiare, in un continuo confronto con gli altri Paesi e tra i nostri territori”.

Ecco alcuni focus che emergono dalla Ricerca sull’Agenda Digitale italiana presentata oggi, diffusi in una nota degli Osservatori.

Il quadro territoriale

L’Osservatorio ha sviluppato un indice DESI a livello regionale per fornire un quadro più approfondito delle priorità di digitalizzazione per il nostro Paese. Tutte le regioni italiane si posizionano sotto la media europea. La regione più digitale è la Lombardia, seguita da Lazio, Emilia-Romagna, Provincia Autonoma di Trento, Liguria, Toscana e Piemonte. La Calabria è ultima in classifica con 20,4 punti, preceduta da Molise, Abruzzo e Basilicata. “La digitalizzazione può essere un ottimo strumento di integrazione delle diverse aree del Paese, ma purtroppo il gap tra Nord e Sud, già rilevato negli anni passati, non è ancora stato colmato – afferma Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale -. Delle nove regioni sopra la media italiana, sette sono del Nord e due del Centro, mentre tutte le ultime in classifica (sotto i 30 punti) sono nel Mezzogiorno”.

Innovazione digitale nel pubblico

Le iniziative di Smart Working

L’innovazione digitale inizia a diffondersi nel pubblico: cresce l’interesse per le iniziative di Smart Working e Blockchain, anche se i progetti non sono maturi, mentre sono ancora poche le startup digitali che lavorano con la PA. Nel dettaglio, nel 2019 è raddoppiato il numero di PA italiane che hanno attivato iniziative strutturate di Smart Working rispetto al 2018, passato dall’8% al 16%. Ma solo il 23% dei progetti in ambito pubblico è a regime, il 32% è in fase di estensione e il 45% è in corso di sperimentazione.

I progetti di Blockchain

È alto l’interesse per progetti di Blockchain, il cui uso in ambito pubblico è in crescita già da qualche anno (+300% dal 2016 a oggi nel mondo). Con 15 progetti avviati, l’Italia è tra i Paesi che stanno conducendo più sperimentazioni, in particolare per migliorare la gestione di documenti scambiati tra PA e cittadini. È agli inizi la collaborazione con le startup: sono 212 in tutto il mondo le startup digitali finanziate che offrono soluzioni alla PA, la maggior parte con sede in USA (110), 58 in Europa, ma una sola è italiana. Considerando anche le non finanziate, in Italia si stima che meno del 10% delle startup lavori con la PA.

“La PA può e deve giocare un ruolo centrale nello sviluppo delle tecnologie digitali, a beneficio dell’intero sistema paese – afferma Giuliano Noci, Responsabile scientifico degli Osservatori Digital Innovation -. Pertanto, a differenza di quanto avvenuto in passato, è necessario che venga superata la logica del campanile nella prospettiva di mettere a sistema risorse, esperienze e competenze in materia digitale così da concentrare gli sforzi nello sviluppo di soluzioni tecnologiche e organizzative a supporto di enti che, per dimensione e tipologia, non sono in grado di portare avanti autonomamente un percorso di digital innovation”.

Digitalizzazione dei servizi comunali

Il 18% dei comuni “Digital Champions”, tipicamente di media o grande dimensione, ha digitalizzato la maggior parte dei servizi oggi offerti ai cittadini. Un terzo (36%), i “Beginners”, prevalentemente di piccole dimensioni, non sono per nulla digitalizzati o stanno muovendo i primi passi, e il 46% “Digital Believers” (generalmente di medie dimensioni) ha avviato il processo, ma sono ancora lontani dai migliori. È quanto emerge dal sondaggio condotto su un campione di 806 comuni italiani. I servizi più digitalizzati sono quelli alle imprese, in particolare la SCIA, gestita in digitale dal 71% dei comuni, mentre tra i servizi al cittadino i più digitalizzati sono i servizi scolastici.

Lo switch-off, la chiusura del canale analogico in favore del digitale, è una possibilità esplorata dai comuni soprattutto nei servizi alle imprese (dove esiste un obbligo di legge per quanto riguarda il SUAP) e, nel caso dei servizi al cittadino dove è possibile identificare a priori un’utenza ben definita, ad esempio i genitori dei bambini che vanno alle primarie. Mediamente l’87% di queste iniziative sui servizi al cittadino è portata avanti da comuni “Digital Champions”, mentre si riduce il divario nel caso dei servizi alle imprese, complice l’obbligo normativo, dove anche tra i “Beginners” c’è un 20% degli Enti che ha eliminato il canale analogico nel caso del SUAP.

“I dati mostrano un Paese a due velocità – afferma Michele Benedetti, Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale -. Da una parte i comuni, soprattutto di medie e grandi dimensioni, in grado di gestire in modo più strutturato il processo di innovazione e quindi di digitalizzare sempre di più i servizi, a volte scegliendo anche di abbandonare completamente il canale analogico. Dall’altra parte i comuni, in gran parte di piccole dimensioni e con maggior localizzazione al Sud e nelle isole, che faticano a tenere il passo anche con gli obblighi normativi più semplici. In questo quadro, le piattaforme nazionali come l’app IO rappresentano una grande opportunità per accelerare l’innovazione ma, se la loro adozione non sarà adeguatamente supportata, rischiano di aumentare ulteriormente il divario digitale”.

Procurement pubblico

Il mercato di soluzioni digitali della PA vale 5,8 miliardi di euro, appena l’8% del mercato digitale italiano, ed è concentrato nelle mani di pochi attori. “I tempi delle gare sono ancora troppo lunghi: mediamente, una gara pubblica in tecnologie digitali è assegnata 4,5 mesi dopo la scadenza per presentare le offerte. Le gare di oltre 1 milione di euro richiedono più di 6 mesi – afferma Luca Gastaldi, Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale -. E in queste tempistiche non sono considerati i tempi per la preparazione delle gare e quelli per gestire i ricorsi, usati spesso in modo strumentale dalle aziende escluse”.

Le gare Consip relative a soluzioni digitali attivate dal 2016 al 2023 hanno un valore complessivo di 5,3 miliardi di euro, il 55% già speso dalle PA, e nuove sono previste entro il 2020. Le gare hanno consentito di portare avanti la trasformazione digitale della PA in un quadro di forte incertezza normativa: a 3 anni dalla pubblicazione del Codice dei contratti pubblici, sono stati adottati solo 24 dei 56 provvedimenti attuativi per renderlo pienamente operativo. D’altro canto, è necessario incentivare gli appalti innovativi e favorire le collaborazioni tra PA e imprese. Solo il 30% dei comuni gestisce le fasi di gara completamente in digitale e i processi di procurement pubblico sono spesso gestiti male: l’83% dei comuni non analizza le performance dei processi d’acquisto.

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