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Infrastrutture ICT italiane, i fattori che stanno guidando il rilancio

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La commissione EU ha deciso di stanziare 20 miliardi nei prossimi 5 anni per l’adozione di processi industriali. Negli ultimi due anni l’Italia vede un rilancio importante del proprio comparto ICT e, sebbene lento e faticoso offre dei segnali concreti di risalita. Queste le azioni intraprese

3 Maggio 2016

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Luca Rea, Fondazione Ugo Bordoni

È recente la pubblicazione, da parte della Commissione Europea, di un pacchetto di iniziative volte ad incrementare l’ecosistema digitale in tutti gli stati membri. A far data dallo scorso aprile infatti, nell’ambito della strategia per il Digital Single Market, la commissione individua un percorso su importanti temi: quello della digitalizzazione delle industrie Europee e quello di un Cloud comunitario per stimolare la ricerca e l’uso da parte delle imprese e dei cittadini dei Big Data.

Le differenti iniziative, apparentemente non correlate, acquistano valore se lette nel loro insieme; in particolare, la commissione in continuità con gli obiettivi tematici dell’Agenda, punta a favorire iniziative con lo scopo di agevolare una concreta azione europea che basi le sue fondamenta sull’ecosistema digitale, al fine di rafforzare il posizionamento del continente all’interno della competizione mondiale. Le recenti iniziative in seno al Digital Single Market infatti prevedono numeri importanti. Ad esempio, sul tema del Cloud, si immagina una piattaforma in grado di connettere 1.7 milioni di ricercatori e 70 milioni di professionisti del settore per consentire un accesso ad una piattaforma condivisa per lo storage e l’analisi dei Big Data. Su questa partita l’Europa vede grandi potenzialità e vuole farsene promotrice.

Le risorse previste sono dell’ordine di circa 6,7 miliardi di euro: di questi 2 miliardi sono in progetti di ricerca finanziati da Horizon, mentre per i restanti si immagina un contributo derivante da una partnership pubblico/privato. Oltre alla piattaforma utile per collezionare ed aggiornare i dati, la commissione intende incentivare anche la capacità di elaborazione dei dati offrendo un impulso sui temi del super calcolo. Sempre nell’ottica del mercato unico digitale, sul tema dell’incentivo alla digitalizzazione delle imprese, la commissione sembra altrettanto decisa. L’Europa infatti può reggere la competizione globale solo se unita, non solo nelle politiche, ma anche e soprattutto nell’uso di strumenti che incentivano la competitività. A tal riguardo la stima della crescita derivante dall’adozione dei processi industriali digitalizzati è attorno ai 500 miliardi di euro; per raggiungere questo obiettivo la commissione ha deciso di stanziare 20 miliardi nei prossimi 5 anni.

L’atteggiamento comunitario rimane tuttavia critico, producendo report che mettono in luce le virtù ed i limiti dei singoli stati membri e che spesso non ci hanno visto brillare nel panorama comunitario. Ad ogni modo negli ultimi due anni l’Italia vede un rilancio importante del proprio comparto ICT, dalle infrastrutture alla digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni che, sebbene lento e faticoso, offre dei segnali concreti di risalita. Ma quali sono le azioni intraprese che stanno portando al nostro rilancio? Intanto partiamo da un dato confortante, pubblicato dalla stessa commissione, che riguarda il trend positivo con il quale l’Italia cresce nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI). Il DESI è uno strumento online che valuta i progressi degli Stati membri dell’UE verso un’economia e una società digitali e che riunisce una serie di indicatori in relazione all’attuale mix di indirizzi programmatici del digitale in Europa. L’Italia infatti cresce al di sopra della media della comunità europea.

Ciò è dovuto essenzialmente alle iniziative pubbliche e private sul fronte delle infrastrutture e della digitalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni intraprese negli ultimi anni, non ultima l’attenzione che è stata data al tema del Digitale ponendolo tra le priorità nazionali. I documenti di strategia di banda ultralarga e di crescita digitale, pubblicati ad aprile dello scorso anno, hanno dato indicazioni chiare sugli obiettivi da perseguire e soprattutto hanno fornito un indirizzo sulle strategie contenute nelle singole agende regionali, troppo spesso farraginose e frammentarie. Sul tema delle infrastrutture, gli investimenti dei privati a lungo attesi cominciano a dare i loro frutti. Nelle grandi città è già possibile disporre di connessioni ultra broadband. In figura sono riportate le quote di unità immobiliari passate in FTTCab dal 2014, rappresentate per provincia.

Dal 2014 ad oggi la velocità media nazionale rivelata con gli strumenti resi disponibili da AGCOM (fonte: progetto MisuraInternet) cresce da 4 Mbit/s a 7,2 Mbit/s in download e nelle città di Roma e Milano si attesta intorno agli 11Mbit/s. Il piano di EOF (Enel Open Fiber) inoltre, seppure agli albori, risulta stimolante per gli addetti ai lavori e fa ben sperare in termini di disponibilità di infrastrutture alternative per una più incisiva concorrenza. Nelle strategie poi giocano un ruolo fondamentale le regie da parte di Infratel, nelle zone a fallimento di mercato e nelle aree soggette a incentivo pubblico, e dell’Agenzia per l’Italia Digitale sui temi della crescita dell’ICT nelle PP.AA.

Se l’offerta cresce a ritmi sostenuti va osservato che non è vera la stessa cosa per la domanda. I contratti in banda ultra larga infatti, anche se venduti a costi accessibili (il costo medio di upgrade da connessioni broadband ad ultrabroadband è di 5 euro mese), risultano di gran lunga inferiori a quelli potenziali; la stessa Telecom Italia afferma di aver attivato solo il 10% delle utenze coperte dalla banda ultra larga e la situazione non è differente per gli operatori alternativi. Di fatto ci troviamo di fronte ad una realtà che evidenzia dei limiti e che fa presagire la necessità di stimolare anche la domanda, specie in virtù degli obiettivi dell’agenda digitale che sono espressi in termini di penetrazione e non di copertura. In particolare si rendono necessari incentivi diretti (voucher al cittadino) o incentivi indiretti (disponibilità di servizi online delle amministrazioni) che rendano effettivamente vantaggioso avere una connessione in banda larga/ultralarga. In questo filone si innesta proprio l’azione delle Pubbliche Amministrazioni che hanno il compito di rendere semplice e vantaggiosa la disponibilità dei servizi online (ad es. SPID, ANPR ecc.), ed al contempo di rendere più semplice la gestione stessa della “cosa pubblica”. L’autonomia delle Regioni (o più in generale delle Pubbliche Amministrazioni Centrali) talvolta ha dato origine, ed è il caso della programmazione POR FESR 2007-2013, a dei frazionamenti e a dei modi diversi di raggiungere gli obiettivi che ci pone l’Europa; è notizia recente, infatti, che le regioni del Sud Italia non abbiano ancora aderito al Sistema Pubblico di Identità Digitale e ciò pone l’interrogativo di come intervenire in uno scenario che ancora oggi vede una nazione a due velocità. Nei processi di digitalizzazione l’approccio solo bottom up (razionalizzazione dei servizi) o solo top down (razionalizzazione dei Data Center) non si è rivelato vincente.

L’Europa recentemente ha posto l’accento sul tema del Cloud e più in generale della fruizione degli open data erogati su piattaforme Cloud, dando una chiara indicazione di iniziative che premiano la creazioni di poli (Data Center) per lo studio e l’impiego di dati Europei che possano essere utili ai cittadini e alle imprese. In Italia sono state approvate di recente le linee guida sul Cloud P.A. e si torna a parlare del tema della razionalizzazione dei Data Center. Sul tema infatti sono state spese numerose energie nel corso degli ultimi anni, con il fine di avere un quadro chiaro di quale sia effettivamente la situazione nazionale in termini di data center, ma soprattutto dei servizi di cui attualmente è dotata la Pubblica Amministrazione. Lo scenario appare enormemente frammentato, si conta un data center quasi per ogni comune e la qualità di questi ultimi non è certo annoverabile tra le migliori best practises. La scelta è quella di partire da filoni concreti e procedere alla razionalizzazione di questi ultimi.

Un esempio virtuoso è stato offerto ad esempio dall’Agenzia delle entrate e dall’Inps che hanno operato un enorme lavoro sulla razionalizzazione di più banche dati; già da oggi i cittadini possono usufruire della dichiarazione dei redditi precompilata e della possibilità di non dover esporre più i tagliandi assicurativi sulle automobili. Presto sarà anche possibile disporre di una propria identità digitale e ricevere certificati anagrafici presso qualsiasi sportello pubblico o portale. Anche il Sistema Pubblico di Connettività ha ricevuto di recente il via libera assieme a tutti i servizi di cui si compone (compreso il cloud). Una volta avviati i processi di copertura e digitalizzazione, rimangono da definire le regole di garanzia dei servizi erogati, specie in uno scenario in continua evoluzione in cui le telecomunicazioni e l’ICT sconfinano dai propri domini abituali diventando commodities fondamentali anche in altri settori prima molto lontani: Internet delle cose per automotive, logistica, telemedicina, trasporti, energia, ecc. Proprio nel settore dell’energia la spinta propulsiva che deriva dall’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico, apre al concetto di “smartizzazione” della rete; tale intenzione ha favorito una sinergia con l’Autorità garante delle comunicazioni che ha visto recentemente conclusa una consultazione proprio sul Machine to Machine. Insomma un percorso in evoluzione che finalmente vede il nostro Paese mettersi in movimento.